Un qualcosa di impossibile, meglio molto molto difficile: è scomparso da poco, il 6 settembre 2021, e pare non risponda, non vorrà? non potrà? Nel dubbio mi sono rivolto a un sensitivo potente che conosco, a lui di solito basta darti uno sguardo per dire cose importanti. Ci tiene all’anonimato e quindi non dirò chi è né dove sta. Quando gli ho detto di Belmondo, mi ha sorriso, abbracciato e, con la sua usuale serenità, mi ha mandato a casa: “Vai e aspetta”.

Sapevo che c’era, sapevo che nel mio archivio riposava un’immagine inconsueta di Marylin Monroe che, come recitava la didascalia, era “immersa nella lettura dell’Ulisse di Joyce in un parco di Long Island nel 1955”, seduta su una giostra girevole, scalza, con una maglietta dai tanti colori, lo sguardo sul libro, le labbra semiaperte, in una posa tra la scolaretta diligente e la pin up non ammiccante, ma semplice e attraente.

Il film della regista cinese, trapiantata negli Stati Uniti, Chloé Zhao, prodotto ed interpretato da Frances McDormand è riuscito a vincere tanto il Leone d’oro a Venezia, quanto l’Oscar ad Hollywood come miglior film, oltre ad una quantità di altri premi. Per recensirlo allo spettatore italiano, è necessario però sgomberare il campo da frettolosi e facili pregiudizi, chiarendo bene cosa Nomadland non è e non vuole essere, prima di capire cosa sia e dove ci voglia portare.

Da giorni penso a Romy Schneider, a come poterla intervistare e, con gli occhi della memoria, ho rivisto tanti suoi film. Rosemarie Magdalena Albach Retty – questo era il suo vero nome – è stata un’attrice di grande talento, una donna sensibile e infelice con un tragico destino, impegnata socialmente e di bellezza straordinaria.

Come per caso, mentre cercavo un libro, mi è capitato in mano il catalogo di una mostra di Nino Za – ovvero Giuseppe Zanini, tra i più grandi pittori caricaturisti del secolo scorso – ho riletto con piacere la sua dedica “A Valperga con tanta simpatia. Za, Torino 27 – 9 – 1986” e rivisto la mia caricatura che tracciò in quel momento.

La chiamavano la Venere nera, la bella creola con la pelle color ambra antica, al secolo Freda Joséphine Baker, venuta da un’America difficile per lei, quella del proibizionismo dei primi anni del ‘900, quella del colonialismo, del razzismo, della discriminazione, quell’America che mai la amò e che lei combatterà, nata nel 1906 in un quartiere poverissimo di Saint Louis, nel Missouri, non voluta dalla famiglia del padre naturale perché i suoi avi materni furono schiavi ma ricca di una bellezza e di una forza interiore che la porteranno a conquistare le platee di tutto il mondo, fino a diventare una delle più grandi protagoniste del mondo dello spettacolo del ventesimo secolo.

L’impresa non è facile, per tante ragioni. Ottenere un’intervista da Totò, che dimora da oltre mezzo secolo nell’aldilà, è quasi impossibile: tanto per dire, quando era in vita, di interviste ne concedeva di rado, molto di rado. Totò è il comico italiano più popolare di sempre, uno dei maggiori interpreti nella storia del teatro e del cinema italiano. Una carriera strabiliante e intensa, sul palcoscenico 53 spettacoli teatrali, 97 film, un film come doppiatore (La vergine di Tripoli, del 1947), 5 film come sceneggiatore, attore televisivo, 16 caroselli, molte apparizioni in televisione, premi, una laurea honoris causa e tante onorificenze.

Una mattinata gelida, di quelle che non invitano a uscire di casa e fanno pensare che sia opportuno rifugiarsi in cucina, per compensarsi con qualcosa di buono e calorico. Non c’è scelta e, considerati gli elementi a disposizione, ho deciso per una carbonara generosa. Spaghetti di ottima marca, pancetta appetitosa subito messa in padella a soffriggere, l’acqua a bollire, tre uova, parmigiano. Una voce decisa, quai seccata, mi fa sobbalzare: “Ma cosa fai! Cosa fai! Via il parmigiano! Tira fuori un pecorino romano ben stagionato!”

Uno strano autunno, il primo dell’era COVID direbbe lo storico, l’abbassarsi della temperatura annuncia l’inverno imminente. Per sfuggire a queste ovvietà mi sono rifugiato tra i libri, ho preso in mano uno scritto di Svevo, un librettino e poi: “dormi? Sono qua e tu dormi!”

Il 15 giugno 1920 nasceva a Roma Alberto Sordi in via San Cosimato 7 a Trastevere, si può dire nel cuore della città eterna. Quella casa non esiste più, ma a quell’indirizzo c’è una targa che lo ricorda. Si poteva non intervistarlo? La risposta è scontata, così sono tornato dall’amica versata nelle arti evocatorie, ci siamo messi subito all’opera, e, dopo una ventina di minuti, lei mi ha detto: