“La bellezza è un’attitudine, non c’è nessun segreto. Perché tutte le spose sono belle ? Perché il giorno del loro matrimonio si preoccupano di come appaiono. Non esistono donne brutte, esistono solo donne che non si curano o che non credono di essere attraenti”. Quindi un segreto c’è ed è racchiuso proprio in questi concetti nuovi, soprattutto nel periodo storico in cui furono espressi, gli anni Trenta del nostro Novecento, parole che fanno riflettere ancora oggi e che aprono scenari inesplorati che vale la pena scoprire.

Si sta facendo strada una convinzione che identifica le donne come un popolo sottomesso, solo in parte liberato da una modernità che continua, magari in modo occulto, a discriminare le femmine, definirle esclusivamente o quasi secondo canoni estetici, per poi ucciderle quando non ubbidiscono o si sottraggono ai propri doveri.

Per ragioni di anagrafe (classe 1952) e di ambienti frequentati (la cosiddetta “sinistra extraparlamentare”) ho vissuto alcuni degli aspetti più arrabbiati del femminismo anni Settanta: la polemica contro “il maschio in quanto maschio”, la destrutturazione della coppia, la critica feroce di tutto ciò che rinviava a ruoli di genere.

Occuparsi della questione femminile non dovrebbe essere prerogativa delle sole donne, ma essere posto in cima alle priorità dell’agenda politica italiana. Non si tratta, infatti, di una mera rivendicazione di diritti , peraltro sanciti dalla Costituzione, o di una elitaria discussione teorica, ma riguarda la crescita e lo sviluppo del nostro paese nella sua interezza. Non c’è sviluppo se metà della popolazione non è giustamente valorizzata.

Sono nata in Italia agli inizi degli infuocati e dirompenti anni ’60, sono una “boomers” di diritto e ho vissuto da bambina prima, e adolescente dopo, l’epopea del Femminismo moderno. Ricordo le immagini della protesta con cui le femministe americane si liberarono platealmente di reggiseni, tacchi a spillo, corsetti, che consideravano gli strumenti di tortura delle donne, andata in scena ad Atlantic City il 7 settembre del 1968, simbolicamente durante l’elezione di Miss America, manifestazione considerata anti-femminista per eccellenza, che venne mandata sui telegiornali dell’epoca.

Oggi Biden si insedia alla Casa Bianca come nuovo Presidente della nazione ancora oggi più potente al mondo: gli Stati Uniti d’America. Fa una certa impressione soltanto a scriverlo. E il buon Trump fa le valigie (forse). E si beccherà pure il secondo impeachment della sua carriera, unico in tal senso nella storia di quella nazione, per “incitamento all’insurrezione”, a causa delle sue esternazioni veicolate con forza e continuità principalmente sui suoi canali social.

Con l’avvento di Covid 19 stiamo assistendo ad una vera e propria guerra di posizione. Man mano che il Virus avanzava nelle nostre vite ci ritiriamo via via sempre più nelle nostre trincee più intime: le case.

Il periodo tra fine Ottocento e primo Novecento (1870 – 1914) viene ricordato come il periodo delle grandi trasformazioni conseguenti alla rivoluzione industriale che in Italia però ha avuto una progressione più lenta rispetto agli altri grandi Paesi europei.

Siamo all’inizio di un nuovo secolo, meglio, di un nuovo millennio, come solitamente si fa in corrispondenza di questi passaggi epocali, è il momento dei bilanci, oltre che delle previsioni per il futuro, inoltre le elezioni americane ci hanno regalato un donna vice presidente: Kamala Harris, e in questo fermento di valutazioni e avvenimenti, è opportuno parlare di donne.

I progressi scientifici e medici e il miglioramento delle condizioni di vita e dell’alimentazione hanno fatto sentire le loro conseguenze sull’aumento della speranza di vita. Se fino al secolo scorso l’età media era di circa 50 anni, oggi in Italia si arriva a 81 per gli uomini e 85 per le donne.