La vita è possibile perché sorretta dalla memoria. La memoria garantisce la permanenza della identità individuale e di gruppo, le radici, le tradizioni; e soprattutto l’effettiva conoscenza del passato che è condizione necessaria per affrontare consapevolmente il presente e costruire il futuro. Ma la cultura della memoria da quella dell’oblio; e la storia è un eterno conflitto tra memoria e “Inquisizione”. Ecco perché di tanti fatti storici abbiamo solo ricordi e non “Memoria”.

L’ annunciata manifestazione del 5 novembre chiederà con forza la fine del conflitto in Ucraina. Stando ad uno dei suoi ispiratori, il direttore dell’Avvenire Marco Tarquinio, l’obiettivo è quello di modificare lo schema di pensiero prevalente, imponendo con la testimonianza visibile di migliaia di cittadini un rovesciamento del paradigma fin qui seguito: la fine immediata del massacro di vite umane deve diventare il prius, e tutto il resto venire dopo.

La campagna elettorale in corso ci appare noiosa, scontata. Sembra già tutto scritto: dalla vittoria dello schieramento di destra alle buffonate comunicative di leader logori, che cercano di rinverdire con una pennellata social le pesanti rughe di un passato che non passa, meritevole soltanto di oblio. Poi il disincanto dei cittadini e la probabile riduzione della partecipazione al voto. La novità assoluta del voto a settembre non basta per dare tono ed energia al confronto in campo. Eppure i motivi di interesse non mancano.

E se la soluzione della politica per parlare (finalmente) ai e alle giovani non fosse legata ai temi, ma ai luoghi? O meglio, ad una nuova dimensione, il Metaverso? Le elezioni più pazze e corte della storia repubblicana, senza tempo ma si spera con idee, si giocano già sullo spazio digitale: non sfugge a nessuno che la tenzone elettorale sarà giocata principalmente sul campo di battaglia dei social, maledetti e benedetti insieme, che non hanno vincoli di investimento media, neppure di silenzio elettorale, e dove si può interagire e parlare 24 ore su 24, sette giorni su sette.

Provengono dalle più diverse matrici culturali e politiche. Ci sono comunisti come Luciano Canfora; studiosi ex missini e dichiaratamente conservatori come Franco Cardini ( un ‘rivoluzionario reazionario’); giuristi vicini alla galassia dell’anarco-insurrezionalismo dei centri sociali come Ugo Mattei; sociologi autodefinitisi di orientamento liberal-socialista come Alessandro Orsini ( nuova guest star del sistema mediatico, che fa finta di processarlo esaltandone al contrario la visibilità); ex conduttori già maoisti come Michele Santoro; massmediologi di ispirazione situazionista, collaterali al grillismo puro e duro come Carlo Freccero.

Chi arriverà a determinare la scena politica francese nei prossimi cinque anni? I sondaggi, contro previsioni che fino a un paio di anni fa lo davano per sconfitto a un secondo mandato, mettono sul podio elettorale ancora una volta Emmanuel Macron. C’è da dire che malgrado la crisi annosa dei gilet gialli, i due anni da incubo covid e molteplici scandali, dal finto poliziotto e assistente Alexandre Benalla, alla papessa dei media di gossip Mimi Marchand che nonostante i trascorsi loschi ha preso i suoi agi all’Eliseo capitanando la strategia di comunicazione, nonostante le molteplici tempeste Macron finisce il suo mandato in bellezza.

Il primo gennaio 2022, nella sua casa a Torino, si è spento serenamente Francesco Forte. Era nato nel 1929 a Busto Arsizio. Laureato in scienza delle finanze e diritto finanziario, nel 1954 diventa supplente di Ezio Vanoni all’Università di Milano. E nel 1961 succede a Luigi Einaudi alla cattedra di scienza delle finanze a Torino, e negli anni ’80 è professore di politica economica e scienza delle finanze alla Sapienza di Roma.

“Disgraziato è quel paese che ha bisogno di eroi”, diceva Brecht. Sottintendeva che quando una collettività non riesce a funzionare secondo regole proprie, anonime ma efficaci, e deve fare ricorso all’ ‘uomo della provvidenza’ che la risollevi vuol dire che è precipitata nella disgrazia.

Queste righe non sono un elogio di Mario Draghi. Sarebbe inutile. L’uomo è l’italiano più conosciuto e riconosciuto al mondo, ha ridato prestigio internazionale al nostro paese, sta affrontando con successo la catastrofe pandemica e rappresenta la garanzia internazionale per l’assegnazione degli ingenti fondi europei. Di fronte ad una tale evidenza dei fatti, non vi è alcun bisogno di aggiungere commenti, perché la realtà si commenta da sé.