Paolo Rossi diventò, nei giorni abbaglianti del Mundial di Spagna del 1982, un nostro figlio, un nostro fratello, un nostro amico, così caro e così vero. Fu lui, quel centravanti dal sorriso come un raggio di sole, a farci sentire al centro dell’universo e del cuore, italiani orgogliosi, uniti e felici, nel pieno di un delirio di passioni, colori e sentimenti.

Ancora non riesco a crederci: Diego Armando Maradona è morto. Dieguito non c’è più, se ne è andato a 60 anni, lasciandoci più soli: noi che lo abbiamo amato per la sua fantasia, la sua bellezza e la sua arte sul prato verde. Lui, che ha saputo trasformare un pallone in uno scrigno di bellezza e meraviglie.

Alla mostra fotografica di Caselle Torinese dedicata a Gaetano Scirea, il giocatore più puro del nostro calcio, morto giovane, il 3 settembre 1989, in una strada polacca, quando era vice-allenatore della sua Juve, la Juve del suo amico fraterno Dino Zoff, osservavo le immagini del maestro Salvatore Giglio e, a ogni ritratto,

Il campionato post lockdown è terminato: la Juventus (“un esperanto anche calcistico”, suggerì Giovanni Arpino) ha conquistato il suo nono scudetto consecutivo, permettendo all’allenatore Maurizio Sarri di ottenere il suo primo titolo di prestigio in Italia. È stato un torneo, dettato dal Covid, assurdo e paradossale, senza pubblico sulle gradinate,

Il calcio è tante cose, lo sappiamo: sport popolare, passione e fanatismo, “un elemento fondamentale della cultura contemporanea”, come intuì Thomas Stearns Eliot, nostalgia del dribbling e invasione del marketing, trasmissioni quotidiane, “metafora della vita” (Jean-Paul Sartre) e “recupero settimanale dell’infanzia” (Javier Marías), miseria e nobiltà, prodezza e inganno.