La chiamavano la Venere nera, la bella creola con la pelle color ambra antica, al secolo Freda Joséphine Baker, venuta da un’America difficile per lei, quella del proibizionismo dei primi anni del ‘900, quella del colonialismo, del razzismo, della discriminazione, quell’America che mai la amò e che lei combatterà, nata nel 1906 in un quartiere poverissimo di Saint Louis, nel Missouri, non voluta dalla famiglia del padre naturale perché i suoi avi materni furono schiavi ma ricca di una bellezza e di una forza interiore che la porteranno a conquistare le platee di tutto il mondo, fino a diventare una delle più grandi protagoniste del mondo dello spettacolo del ventesimo secolo.

Occuparsi della questione femminile non dovrebbe essere prerogativa delle sole donne, ma essere posto in cima alle priorità dell’agenda politica italiana. Non si tratta, infatti, di una mera rivendicazione di diritti , peraltro sanciti dalla Costituzione, o di una elitaria discussione teorica, ma riguarda la crescita e lo sviluppo del nostro paese nella sua interezza. Non c’è sviluppo se metà della popolazione non è giustamente valorizzata.

Nel marzo 2004, con un voto pressoché unanime, il Parlamento ha approvato l’istituzione della giornata del ricordo delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, fissando la data al 10 febbraio, giorno in cui nel 1947 è stato firmato il Trattato di pace che ha assegnato l’Istria, Fiume e le isole quarnerine alla Jugoslavia.

Sono nata in Italia agli inizi degli infuocati e dirompenti anni ’60, sono una “boomers” di diritto e ho vissuto da bambina prima, e adolescente dopo, l’epopea del Femminismo moderno. Ricordo le immagini della protesta con cui le femministe americane si liberarono platealmente di reggiseni, tacchi a spillo, corsetti, che consideravano gli strumenti di tortura delle donne, andata in scena ad Atlantic City il 7 settembre del 1968, simbolicamente durante l’elezione di Miss America, manifestazione considerata anti-femminista per eccellenza, che venne mandata sui telegiornali dell’epoca.

La conclusione della Prima Guerra Mondiale, nel 1918, lascia l’umanità nella, forse, più terribile situazione mai registrata nella sua storia. L’Italia paga un prezzo altissimo: 650.000 morti militari e 589.000 vittime civili, su un totale mondiale di quasi 17 milioni di morti (tra militari e civili). A queste vittime si aggiungono quelle della pandemia da influenza “Spagnola”, che si sviluppa tra il 1918 e il 1920, che sono circa 50 milioni di persone nel mondo, di cui circa 600.000 in Italia.

Corpi che si ammassano. Gruppi che si accalcano con violenza. Fronti che si accaldano. Parole a malapena udite e solo in virtù tecnologica di microfono. In sottofondo, urla indistinte e feroci. La diretta dal Parlamento ci regala l’immagine dell’essere umano invasato dall’avidità – i cani che si litigano l’osso -. L’interiore – a malapena compresso – …digrigna i denti? ‘L fosso in che si paga il fio / a quei che scommettendo acquistan carco. Inferno, nona bolgia, ventottesimo Canto.

Torino Anni Settanta, o giù di lì. Se avevi un’opinione vagamente dissenziente, se qualcosa nel comportamento degli insegnanti non ti andava, oppure ti opponevi a qualsiasi forma di autorità, anche solo ai vigili urbani, il ritornello non cambiava: “Ma sei Comu?”. Una categoria non ben precisata di rivoluzionario facinoroso che alle madamine proprio non andava già. Per la verità di generi ben presenti nell’immaginario popolare ce n’erano altri due.

“Gian Luca”. Non: “Pronto, sono Gian Luca”. Solo il nome, ben articolato, diviso in due parti, una voce squillante che risponde allo 011 5174716. Mi ricordo perfettamente quella prima telefonata con Gian Luca Favetto, poeta, scrittore, giornalista, tennista, giocatore di calcio e di belot, amico. Siamo alla fine del 1991 e lavoro per una piccola casa editrice voluta da Claudia De Benedetti e da Silvio Saffirio, e dopo aver imparato come si fanno i libri, ora siamo alla ricerca di autori per andare in libreria.

Occorre rassegnarsi, in occasione del centenario della scissione comunista di Livorno, leggeremo di tutto tra omissioni, falsificazioni storiche ed apologie, nel contesto di un Paese che ha dimenticato il PCI del dopo guerra, figuriamo quello del ‘21. Non sono uno storico tout court, ma vorrei fare il punto su quei fatti, cercando di tenere a bada la profonda antipatia che ho sempre nutrito della cultura comunista per averla frequentata; per questo mi limiterò di esporre i fatti.

“Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire”.
Ormai tutti sappiamo che non si tratta di una frase di Voltaire, ma in fondo è bello pensare che avrebbe potuto esserla. Sappiamo, invece, che la questione si pone oggi più che mai, se consideriamo che da tempo non solo la comunicazione in sé vale almeno quanto il messaggio che contiene, ma che anzi l ‘medium’ condiziona e struttura ciò che si intende comunicare (insomma, Marshall Mc Luhan non è passato invano da queste parti).