“Disgraziato è quel paese che ha bisogno di eroi”, diceva Brecht. Sottintendeva che quando una collettività non riesce a funzionare secondo regole proprie, anonime ma efficaci, e deve fare ricorso all’ ‘uomo della provvidenza’ che la risollevi vuol dire che è precipitata nella disgrazia.

Queste righe non sono un elogio di Mario Draghi. Sarebbe inutile. L’uomo è l’italiano più conosciuto e riconosciuto al mondo, ha ridato prestigio internazionale al nostro paese, sta affrontando con successo la catastrofe pandemica e rappresenta la garanzia internazionale per l’assegnazione degli ingenti fondi europei. Di fronte ad una tale evidenza dei fatti, non vi è alcun bisogno di aggiungere commenti, perché la realtà si commenta da sé.

Pietro Nenni nasce in Romagna, una generazione politica dopo quella di Filippo Turati. Come a volte accadeva all’epoca, poté studiare grazie all’interessamento di una contessa, in rapporti di amicizia con la madre; egli infatti era orfano di padre e saranno i preti in cerca di vocazioni, a permettergli di completare gli studi fino al diploma magistrale.

Fu senza ombra di dubbio il fondatore del Socialismo gradualista, quello che nonostante i tempi, siamo nel 1892, porterà il partito nel gioco parlamentare. Turati apparteneva alla classe sociale di molti altri intellettuali protagonisti della fondazione, in massima parte borghesi: avvocati, professori, medici, il loro socialismo fu sicuramente più teorico rispetto a quello di altri Paesi europei, dove fu di chiara origine sindacale.

Da tempo, è sotto gli occhi di tutti lo strapotere che ha acquisito la magistratura, soprattutto quella inquirente, quella delle procure, che hanno il più terribile dei poteri: quello di togliere la libertà agli uomini e di devastarli nei loro beni, nei loro affetti, nella reputazione. Un potere che è diventato sempre più terribile, totalizzante e soprattutto sempre più irresponsabile; un potere che detta l’agenda politica, che decide i destini dei politici e con essi quello dei governi locali e nazionali, entra a gamba tesa nei problemi economici e sociali, ne influenza o ne surroga le leggi.

Il Governo Draghi mettendo insieme forze politiche avversarie segnerà il trionfo del trasformismo? “Trasformista” è un termine usato in senso spregiativo per qualificare negativamente chi cambia facilmente opinione e, in politica, chi lo fa con spregiudicatezza, cinismo e mero calcolo opportunistico. In realtà la pratica del trasformismo politico italiano ha una storia un po’ più complessa e forse nobile.

La conclusione della Prima Guerra Mondiale, nel 1918, lascia l’umanità nella, forse, più terribile situazione mai registrata nella sua storia. L’Italia paga un prezzo altissimo: 650.000 morti militari e 589.000 vittime civili, su un totale mondiale di quasi 17 milioni di morti (tra militari e civili). A queste vittime si aggiungono quelle della pandemia da influenza “Spagnola”, che si sviluppa tra il 1918 e il 1920, che sono circa 50 milioni di persone nel mondo, di cui circa 600.000 in Italia.

Occorre rassegnarsi, in occasione del centenario della scissione comunista di Livorno, leggeremo di tutto tra omissioni, falsificazioni storiche ed apologie, nel contesto di un Paese che ha dimenticato il PCI del dopo guerra, figuriamo quello del ‘21. Non sono uno storico tout court, ma vorrei fare il punto su quei fatti, cercando di tenere a bada la profonda antipatia che ho sempre nutrito della cultura comunista per averla frequentata; per questo mi limiterò di esporre i fatti.

Ho letto divertito la saga: zio Donald e nonno Joe su “Nel Futuro”, a cui sono seguiti commenti un tantino piccati. Personalmente non mi sono sognato di commentare dei pezzi chiaramente comici e quindi, nemmeno sottolineare che zio e nonno, nella realtà sono praticamente coetanei dal momento che tra loro esistono 4 anni di differenza.