Sapevo che c’era, sapevo che nel mio archivio riposava un’immagine inconsueta di Marylin Monroe che, come recitava la didascalia, era “immersa nella lettura dell’Ulisse di Joyce in un parco di Long Island nel 1955”, seduta su una giostra girevole, scalza, con una maglietta dai tanti colori, lo sguardo sul libro, le labbra semiaperte, in una posa tra la scolaretta diligente e la pin up non ammiccante, ma semplice e attraente.

Dovremmo rivendicare nel nome della tolleranza il diritto a non tollerare gli intolleranti. Se estendiamo una tolleranza illimitata anche nei confronti di chi è intollerante, se non siamo preparati a difendere una società tollerante contro l’assalto degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con loro – Karl Popper –

La mia infanzia nella provincia pugliese è stata scandita dai programmi della TV di Stato, l’amata mamma Rai, che ci deliziava con i suoi programmi di qualità, che riempivano le nostre serate invernali di ingenui provinciali. Il sabato sera era speciale, con quei rutilanti varietà e le soubrette che sgambettavano e cantavano quei motivetti che ci entravano in testa e che ci tormentavano per anni.

Esiste una categoria fotografica dai risvolti inquietanti: l’ultima foto postata nel profilo social. L’essere l’ultima immagine con cui vuoi essere visto, riconosciuto, porta con sé una serie di effetti collaterali. Innanzitutto l’attesa sia da parte di chi l’ha postata sia da parte del follower di turno. Il postante ovviamente ha degli scopi: farsi riconoscere, oppure mimetizzarsi, oppure trasmettere dei messaggi ben precisi.

Se pensiamo al nome di alcuni storici che oggi vanno per la maggiore e alle loro estemporanee scorribande pseudo-storiche sul Fascismo che sono semplici esternazioni propagandistiche, abbiamo il senso del vuoto incolmabile lasciato da Renzo De Felice. Il Fascismo venne fondato nel 1919, nel 1922 Mussolini fece la Marcia su Roma. Da alcuni anni siamo ossessionati da meri propagandisti ideologici come Scurati che denunciano in Italia il pericolo che la storia, dopo cento anni, si possa ripetere, dimenticando che le condizioni attuali del Paese e le vicende anche molto tragiche vissute dall’Italia in questi quasi cento anni, impediscono il ripetersi di quell’avventura.

In questo momento molto delicato della nostra storia, quella umana intendo, ovunque impazza la pets-mania, cioè l’esposizione, l’esaltazione, l’antropizzazione insomma degli animali, la tendenza a considerarli umani e spesso a sostituirli agli umani stessi. I Social sono pieni di profili che hanno foto di cani e gatti, nonché altri animali di uno zoario molto nutrito, come immagini di copertina; innumerevoli sono i post che lanciano campagne di sensibilizzazione per adozioni, ricerche di bestiole smarrite e auguri di morte e sofferenze terribili verso chi si è macchiato di violenze sui poveri animali.

Per ragioni di anagrafe (classe 1952) e di ambienti frequentati (la cosiddetta “sinistra extraparlamentare”) ho vissuto alcuni degli aspetti più arrabbiati del femminismo anni Settanta: la polemica contro “il maschio in quanto maschio”, la destrutturazione della coppia, la critica feroce di tutto ciò che rinviava a ruoli di genere. Sul piano personale, sono stati anni difficili per chi era femmina e per chi era maschio: c’era assoluta chiarezza su ciò che non si voleva essere, e altrettanta confusione su ciò che si voleva diventare.

Ogni donna ha almeno un oggetto che la caratterizza, un rimando certo quando il pensiero corre a lei: il colore del rossetto, un profumo, un anello, un oggetto della sua quotidianità, del suo lavoro e tanto altro. Per la regina del mistero, Agatha Christie, quell’oggetto è stato sicuramente la sua vecchia e gloriosa macchina da scrivere con cui si era instaurato un legame profondo e continuo tale da aver collaborato a farla diventare la scrittrice più letta del pianeta con oltre due miliardi di libri venduti e tradotti in quarantaquattro lingue, diciassette commedie teatrali e novantatré romanzi di cui sessantasei gialli, ancora tutti in stampa, dai quali sono stati tratti numerosi film, uno fra tutti “ Dieci piccoli indiani “, oltre a sei romanzi sentimental psicologici firmati con lo pseudonimo Mary Westmacott.

Sto camminando in una via del Centro, passo davanti alle vetrine dell’ennesimo fast food, “non luogo” per eccellenza; è metà mattina, un orario non canonico per consumare un pasto di carne, patate e condimenti grassi; dentro qualche avventore, studenti, pochi, il resto, gente sola, con nella mano sinistra il panino, nella destra un cellulare, sembra di ultima generazione… “Incredibile”, penso, nell’era digitale, della connessione totale, continua, assoluta, del villaggio globale, della rete integrata e integrante, la gente sta sola.

“Carla Fracci è Giulietta, Giselle, Medea, Cenerentola… Carla, eterna fanciulla danzante” e con loro tante altre, ognuna riportata in vita tante volte ed ogni volta simile ma mai uguale da vera artista quale lei è stata, sempre capace di andare oltre sé stessa, di interpretare, sempre nuova anche se su un copione costruito ad arte per essere rappresentato più e più volte.