La narrazione modifica l’orizzonte, condiziona il percepito, indirizza il sentiment e determina le azioni. I fatti restano tali, ma ci dicono cose differenti innescando reazioni a catena. Una narrazione progettata con cura determina scelte economiche, politiche e culturali, ma anche quotidiane e individuali. E’ sempre stato così, però nel 2020 due fattori hanno accentuato il fenomeno:

Massimo Cacciari è intellettuale scomodo, dissacratore e di certo non interessato al politically correct, se il termine è affiancato alle sue convinzioni, che esterna in ogni occasione con ruvidezza e senza peli sulla lingua. Si potrebbe definire un’intellettuale scontroso, profondo conoscitore dei pregi e dei peccati del Paese, con una visione lucida del presente e di quello che servirebbe fare per il futuro.

Venti anni fa moriva Vittorio Gassman e ora devo incontrarlo in un’intervista immaginaria. Francamente mi sembra ieri che se ne è andato, che non è più qui. Lo sento vivo, vivissimo, infatti è vivo nella sua arte, nei suoi film, in tutti i teatri che lo hanno conosciuto. Lui, il mattatore, come in parecchi lo definivano, dopo l’omonimo spettacolo che condusse in televisione nel 1959.

Il Consiglio di Stato turco ha annullato la decisione del 1934 con la quale Ataturk aveva trasformato la Basilica di Santa Sofia in un museo. La decisione della Danistay è il tentativo di recuperare volontà e obiettivo di Maometto II il Conquistatore che, il 29 maggio del 1453, prese la capitale bizantina, Costantinopoli, modificandone la destinazione d’uso in moschea.

Nel Paese si sta risvegliando un orgoglio sopito, nei confronti dell’istruzione, della partecipazione alle sorti pubbliche, per il quale lo strumento predisposto, le tasse, non basterebbe, da solo, a scuotere lo stesso sentiment. Dobbiamo ripartire dai soggetti del ‘Capitale umano’, spesso sacrificati nelle manovre di bilancio. Solo ‘il lavoro’ restituirà fiducia alle famiglie.

Nella vita umana e professionale di un giornalista accade di segnalare percorsi e coincidenze che solo apparentemente possono sembrare casuali. Sono incontri che segnano la rotta, destini incrociati che lasciano un segno riconoscibile nei protagonisti, ma ancora di più nelle mente dei lettori. Con Il Mondo di Mario Pannunzio e la sua storia è intrecciata la vita di Alberto Sinigaglia, presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte.

Il Mondo (quello vero così come quello di Pannunzio) corre verso il futuro. Una corsa inevitabile, oggi più veloce che mai. Un futuro ad alta densità tecnologica, immersivo, invasivo, pervasivo, cristallizzato in una ‘formula del sapere’ che mette l’uomo al centro di un rinnovato umanesimo, digitale e aumentato, tanto sfidante quanto insidioso: conoscenza = esperienza x sensibilità (la formula è di Yuval Harari).

L’uomo è una specie nomade e questo ha segnato il suo destino. La start up africana lo ha portato, in un percorso di milioni di anni, a spostarsi per strette necessità alimentari attraverso i continenti. Raccoglitore e cacciatore doveva muoversi, solo la scoperta dell’agricoltura, molto più tardi, rese interessante l’insediamento. Ma neppure troppo.

Ti accorgi di lei all’improvviso, senti lo stomaco che si apre come una voragine in cui precipita il cuore mentre aumenta l’intensità, ma rallenta il tempo dei suoi battiti. Altre volte si manifesta come una presenza crescente, un morso alla base dello stomaco che stringe i denti, crea una progressiva sensazione di dolore e contemporaneamente il ridursi del suo volume che toglie il respiro.

Il liberalismo non è mai stato di moda in Italia. Negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, era considerato un sinonimo di conservatorismo, se non addirittura una forma di reazionarismo, una ideologia al servizio di élite gelose dei propri privilegi e ostili a qualunque forma di giustizia  sociale. Eppure il termine liberalismo era stato nobilitato da figure come Benedetto Croce e Luigi Einaudi,